
Non è la fine
Progetto a cura di Stefano Jacoviello
Quando una storia sta per finire, il tempo si arresta e una pausa gravida riempie il silenzio. Il peso dell’attesa cade su ogni respiro. Le tensioni aumentano, le carni si lacerano fino a ridurre i legami a un filo sottilissimo. Prima dell’addio la vita sembra interrompersi, nell’attimo in cui di fronte agli amanti si dischiude un abisso dove si cercano disperatamente gli avrei dovuto, se avessi saputo, non vorrei, ma se potessi… Le ragioni diventano chiodi a cui aggrapparsi per concedere all’amore una dolce eutanasia, o inganni per tentare di donare l’eternità alla forma dei propri sentimenti, lasciando altrimenti che si tramuti in qualcos’altro. Purché non sia la fine.
Quando una cultura scompare, si combatte il terrore dell’oblio affidando alla tradizione la speranza della memoria. Si comincia a raccontarsi con le lingue che restano, perché l’altro possa capire un po’ di quel che siamo stati, ma sia libero allo stesso tempo di immaginarci altri, e inventare altre storie da raccontare a chi le ascolterà. Dalle traduzioni nascono nuove tradizioni, che tradiscono l’immagine consolatoria di un passato innocuo e trasformano la voglia di identità nella benzina per la prossima rivoluzione. “Vedi Napoli e poi…” non muori, ma sopravvivi, cantando parole che sanno di sale del Mediterraneo quando le mastichi al ritmo della darbuka, al suono del violino e dell’oud. E capisci che non è la fine.
Accanto a quel mare sono lunghe le notti in cui si prega per la salvezza, quando si chiede il perdono per colpe camminando verso l’alba, nell’attesa che il dolore si curi e gli occhi si lascino inondare di luce, certi di poter ricominciare. Il suono degli ottoni scandito da un rullante afono accompagna il passo di lunghe processioni funebri, mentre i volti delle statue appaiono sfigurati da passioni antichissime che bruciano ancora negli sguardi e nei cuori ai lati delle strade. Finché il sopraggiungere del mattino assicura che non è la fine.
Nelle notti di festa invece liberiamo il corpo, regalando ogni suo fremito al gesticolare di balli sfrenati, convinti che quella felicità non debba finire mai. Anche dopo l’ultimo pezzo, quando l’orchestra tace, una giga non basta. Le gambe continuano a muoversi a passo di danza, accompagnandoci all’uscita del pub verso un nuovo giorno che dovrà essere diverso, pur rimanendo uguale a se stesso: variazioni e ripetizioni quotidiane, da seguire come il ritmo di un reel irlandese.
Ogni storia ci trasforma, attraversa soglie, margini, confini. Ma ogni volta che ci si arresta sulla linea di passaggio, si sa che la strada non finisce e il cammino proseguirà anche al di là di noi. Nel 2026 Tradire – Le radici nella musica arriva alla decima edizione, con la convinzione che le sue memorie continueranno in ogni modo a ramificarsi e fiorire. Non è la fine.


Come di consueto, prima di ogni appuntamento a partire dalle 20:30 nel foyer di Palazzo Chigi Saracini, avremo l’occasione di degustare vini che condividono le radici con le musiche suonate. Quest’anno le degustazioni sono a cura di Banfi, azienda che ha saputo legare i vigneti, le tradizioni vinicole dei territori toscani e piemontesi con le tecniche enologiche più avanzate e una competenza imprenditoriale che ha permesso a prodotti eccellenti di raggiungere efficacemente mercati in ogni parte del mondo. Per ogni appuntamento un vino della produzione Banfi verrà descritto e offerto al pubblico in modo che possa apprezzare le caratteristiche in comune con le musiche della serata, tessendo un filo fra l’esperienza dell’ascolto, della vista, del gusto e dell’olfatto.

VERSO L’ALBA
BANDA “SANTA CECILIA” – CITTÀ DI MOLFETTA
Serena Favuzzi flauto
Ignazio d’Alto oboe
Francesco Doria, Eliana Minervini, Floriana de Nichilo clarinetti
Giuseppe Pepe clarinetto basso
Mariangela Murolo sax contralto
Isabella Amato sax tenore
Ignazio Allegretta sax baritono
Antonio Tucci corno
Giacomo Angarano trombone
Giuliano Teofrasto tromba
Pasquale Turturro direttore
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NAPOLI E POI…
Alessandro De Carolis flauto
Roberto Porzio pianoforte
Giuseppe Desiderio contrabbasso
Antonino Anastasia percussioni
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PRIMA DELL’ADDIO
Eleonora Filipponi voce
Marco Brunelli pianoforte
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Brunello di Montalcino Poggio alle Mura
Un Brunello non ha fretta, richiede tempo e pazienza per lasciare una traccia sul palato, sull’anima. È un vino che si ricorda a lungo dopo aver incontrato il suo colore, l’odore. Da ogni bottiglia stappata nasce un legame con chi lo beve che si trasforma, sorso dopo sorso. Il suo sapore resta inciso a lungo nella memoria anche dopo che l’avventura sensuale è terminata. Perché è un vino complesso ed elegante, dai profumi fruttati di mora e confettura di prugne, sentori di caffè e tabacco da pipa. È un vino che scorrendo sul palato racconta vicende antiche. Si prova a lasciarne sempre un ultimo sorso nel bicchiere, per meditare sulla nota speziata sul finale. Ma con il Brunello è una storia d’amore che non può finire così. Vale la pena berne ancora un goccio accarezzato dalle dita che traspaiono intorno al calice. Prima dell’addio.
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UNA GIGA NON BASTA
BIRKIN TREE
Special guest Tola Custy violino e viola
Laura Torterolo voce, chitarra
Tom Stearn voce, chitarra, bouzouki
Michel Balatti Irish flute
Luca Rapazzini violino
Fabio Rinaudo Irish uilleann pipes
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